12 ottobre 2005

Una vita frustrante in fila nel traffico

ALBERTO FERRIGOLO su Metro Roma di oggi:

Siamo già tutti in fila. In entrata e in uscita dalla città.
Sulle tangenziali, lungo i raccordi, sulle bretelle. Da
nord a sud del Paese. Ad alcune settimane dalla fine delle
vacanze, trascorse - per altro - anch’esse in fila indiana: per
strada, in autostrada, allo stabilimento, sulla seggiovia, al
bar. Procediamo a passo d’uomo, inscatolati nelle nostre
vetture come solitarie sardine, uno per auto e non uno di
più. La nostra vita scorre prevalentemente così, nonostante
il costo della benzina. Paradossalmente, poi, sembra che
le auto aumentino il loro numero in modo esponenziale.
Si dice che il nostro Paese sia fanalino di coda nella produzione
industriale e aziendale in genere, ma come è possibile
produrre se non si riesce neppure a raggiungere il
posto di lavoro? Se una leggera pioggia allaga e paralizza
un’intera città? I bollettini sulla viabilità trasmessi dalle
radio sono per lo più bollettini di ingorghi.
Eppure si continua a costruire strade, autostrade, viadotti,
bretelle, a raddoppiare corsie, tangenziali e raccordi
senza che ve ne sia giovamento. Il
traffico è sempre paralizzato. Ne
trarrà vantaggio l’investimento in
opere pubbliche, non la circolazione
stradale in genere. Forse, sperando
nella fluidità e nella velocità, ciascuno
di noi è portato a pensare che la
macchina vale la pena davvero prenderla,
“perché stavolta arrivo di sicuro”.
Puntualmente rimaniamo
smentiti. Non è la moltiplicazione
della rete viaria e delle infrastrutture
stradali che fa il miracolo che ci
attendiamo. Anzi. Andrebbero
potenziati servizi e mezzi pubblici,
trasporti su rotaia e incentivati viaggi
collettivi più a buon mercato, più
navette, più piste ciclabili, più piazzali
di scambio, isole pedonali. Ma
questo non accade. Anzi,
centralmente si sottraggono risorse
alle autonomie locali e si riducono
di continuo i fondi a Comuni,
Province e Regioni. I nostri ritmi
sono diventati pazzeschi, i riflessi
condizionati ci fanno mettere mano al clacson anche in
vacanza, i tempi di percorrenza sono incalcolabili e il tempo
- in generale - è diventato un concetto astratto, non
quantificabile se non in termini di tempo perso, sprecato,
buttato. Ciò che ci provoca frustrazione.
In questo quadro è lodevole l’iniziativa dell’assessore alla
Semplificazione del Comune di Roma di voler procedere
a migliorare le condizioni dei cittadini partendo dai tempi
della loro vita. È un fine giusto, importante, che andrebbe
seguito anche a Milano, Torino, Bologna, nelle grandi città
italiane. Lo slogan “più tempo per i figli, meno burocrazia,
maggiore serenità per la mobilità” è accattivante. Utopia?
Forse, anche. Si tratta di fare un piano, ragionare sulle
risorse necessarie e sulla loro distribuzione. Favorendo
anche quelle forme di tele-lavoro delle quali si favoleggia
teoricamente ma si fa assai poco praticamente. Riorganizzando
le aziende, gli uffici, pubblici e privati. Ridandoci
collettivamente tempo. Altrimenti a cosa servono le nuove
tecnologie, l’informatica, le e-mail, le fibre ottiche, il
cablaggio delle città, le autostrade digitali, internet, i
videotelefonini, se poi non applichiamo tutto ciò nel concreto
per semplificare la nostra vita e guadagnarne in qualità?
Opportunità “fast” per vivere “slow”.