13 marzo 2005

Il nostro futuro_Uomo: una vera catastrofe

Quark n°50 Marzo 2005
Una tavola rotonda immaginaria su una specie che organizza la sua estinzione

Sul tema dell'impatto dell'uomo sulla natura provo a esprimermi con parole altrui, organizzando una tavola rotonda immaginaria. Vado un po'
indietro nel tempo per far capire che certe verità qualcuno le aveva già, inutilmente, dette. La parola a Rudiger Dahlke (Malattia linguaggio dell'anima, Edizioni Mediterranee): "La cosa terribile è dover ammettere di essere noi
stessi il cancro della Terra.La crescita della nostra economia è folle come quella del cancro. I tassi di incremento sono enormi, il progresso tende solo ad altro
progresso... Anche il cancro ha un obiettivo irreale e consiste nella rovina dell'organismo. Se fossimo più onesti, dovremmo ammettere che lo
scopo ultimo del nostro progresso è la fine dell'organismo Terra". E' ora la volta di Edward Wilson (La diversità della vita, Rizzoli): "Gli uomini, mammiferi appartenenti alla classe ponderale dei 50 chili
e membri del gruppo dei Primati, altrimenti noti per la loro rarità, sono divenuti 100 volte più numerosi di tutti gli altri animali
terrestri di pari dimensioni comparsi nella storia della vita. L'umanità è un entità ecologicamente anomala da qualunque punto di vista la si
consideri: si appropria dell'energia solare fissata nella materia organica dai vegetali in misura variabile dal 20 al 40% e va da sé che è
impossibile sfruttare le risorse del Pianeta in tale misura senza che ciò incida in modo drasticamente riduttivo sulle condizioni di vita di
quasi tutte le altre specie". Infine abbiamo un intervento a due voci: Richard Leakey e Roger Lewin (La sesta estinzione, Bollati Bornghieri): "L'evoluzione
dell'inteliggenza umana schiuse quindi un vasto potenziale all'espansione e alla crescita delle popolazioni di Homo sapiens, cosicché i quasi
6 miliardi di esseri umani oggi viventi rappresentino, collettivamente, la maggiore percentuale di protoplasma presente sul pianeta". Tre testimonianze significative, è c'è subito una piccola nnotazione da fare: l'ultima è datata 1995, esattamente dieci anni fa. E' astato
poco, a quanto pare, perchè quei "quasi" 6 miliardi si trasformassero in "più" di 6. Ma lasciamo perdere. C'è da dire, a conclusione di questo minidibattito avventurosamente assemblato, che le Cassandre non hanno mai goduto di grandi popolarità.
Alla gente, si capisce, non piace che le si aprano gli occhi. Pazienza. Dovrò pur ricordare, sommessamente, che nella lunga storia della vita
sul Pianeta si sono già verificati, e superati, cinque gravi periodi di crisi. Non per nulla quella che stiamo vivendo viene definita la
Sesta estinzione.La quinta fu quella che decretò la scomparsa dei dinosauri.Quelle crisi comunque non furono mai, l'ho anticipato, definitive e totali. Non saremmo qui, d'altronde, e al loro termine seguì sempre un
periodo di rigoglio evolutivo. Rimane per altro istruttivo sapere che a decretare la fine fu, come del resto è logico, la scomparsa della
causa che le aveva prodotte. Ebbene (questo è il punto), l'estinzione che stiamo vivendo si differenzia dalle precedenti per un motivo importante, o almeno dovrebbe
importarci: per la prima volta nella storia della vita è una singola specie la causa di un tale, rovinoso e globale squilibrio. Dai poli
all'equatore, in terra, cielo e mare. Sarebbe un po' come se la nostra specie stesse, gioiosamente, organizzando il proprio suicidio.

Danilo Mainardi Etologo, divulgatore professore di Ecologia comportamentale all'Università Ca' Foscari di Venezia